Il congedo parentale è il periodo di astensione facoltativa dal lavoro che permette a mamma e papà di prendersi cura del figlio senza perdere il posto e ricevendo un’indennità dall’INPS. Negli ultimi anni la disciplina è cambiata più volte e, con la Legge di Bilancio 2026, ha compiuto un salto importante: il diritto si può ora esercitare fino ai 14 anni di vita del bambino, mentre l’indennità maggiorata all’80% per tre mensilità, introdotta a regime nel 2025, è stata confermata. In questa guida trovi in modo chiaro quanti mesi spettano a ciascun genitore, quanto vieni pagato in base al periodo e all’età del figlio, e come presentare la domanda all’INPS evitando gli errori che bloccano l’accredito in busta paga.
Che cos’è il congedo parentale e come si distingue dai congedi obbligatori
Il congedo parentale, chiamato anche astensione facoltativa, è un diritto autonomo di ciascun genitore: la madre non deve rinunciarvi perché lo prende il padre, e viceversa. Serve a conciliare la vita familiare con quella lavorativa nei primi anni del bambino ed è, per l’appunto, facoltativo. Va tenuto distinto dai due congedi obbligatori legati alla nascita, che sono cosa diversa. Il congedo di maternità obbligatorio riguarda la madre, dura cinque mesi ed è indennizzato all’80%; il congedo di paternità obbligatorio spetta al padre, dura dieci giorni lavorativi da fruire attorno alla nascita ed è pagato al 100%. Questi due periodi vanno goduti al momento della nascita e non si sovrappongono al congedo parentale, che invece è ripartibile nel tempo e tra i due genitori.
La norma di riferimento è il Testo Unico sulla maternità e paternità (D.Lgs. 151/2001), articoli 32-34, aggiornato prima dal D.Lgs. 105/2022 — che ha recepito la direttiva europea sull’equilibrio tra vita professionale e vita privata e ha portato da sei a nove i mesi indennizzabili — e poi dalle leggi di bilancio più recenti, fino alla Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025).
A chi spetta il congedo parentale
Il congedo spetta a tutti i genitori con un rapporto di lavoro in corso, siano essi genitori biologici, adottivi o affidatari. Ne hanno diritto le lavoratrici e i lavoratori dipendenti del settore privato e del settore pubblico, gli iscritti alla Gestione Separata e i lavoratori autonomi, seppure questi ultimi con regole e finestre temporali più ristrette. Per i lavoratori agricoli a tempo determinato è richiesto aver prestato almeno 51 giornate di lavoro nell’anno precedente.
L’indennità, invece, non spetta ad alcune categorie: i genitori con rapporto di lavoro cessato o sospeso, i lavoratori domestici e chi presta lavoro a domicilio. È importante ricordare che, se il rapporto di lavoro cessa all’inizio o durante il periodo di congedo, il diritto viene meno dalla data di interruzione del lavoro.
Quanti mesi spettano a mamma e papà
Il congedo parentale non è illimitato: i genitori dispongono di un monte complessivo di dieci mesi, che possono salire a undici se il padre si astiene dal lavoro per un periodo, continuativo o frazionato, di almeno tre mesi. All’interno di questo tetto di coppia, ciascun genitore ha un proprio limite individuale. La tabella seguente riassume la ripartizione per i lavoratori dipendenti.
| Chi fruisce del congedo | Durata massima | Di cui indennizzati |
|---|---|---|
| Madre (lavoratrice dipendente) | 6 mesi | 3 mesi non trasferibili all’altro genitore |
| Padre (lavoratore dipendente) | 6 mesi, elevabili a 7 se si astiene per almeno 3 mesi | 3 mesi non trasferibili all’altro genitore |
| Entrambi i genitori (tetto di coppia) | 10 mesi, elevabili a 11 | 9 mesi complessivi |
| Genitore solo | 11 mesi | 9 mesi |
In pratica, dei mesi totali a disposizione, nove sono coperti economicamente dall’INPS: tre riservati alla madre e non cedibili, tre riservati al padre e non cedibili, e altri tre da usare in alternativa tra i due. Chi è genitore solo — condizione che comprende anche il genitore con affidamento esclusivo del figlio — mantiene per intero i nove mesi indennizzati. Gli stessi criteri valgono per adozione e affidamento, con il conteggio degli anni che parte dall’ingresso del minore in famiglia e comunque non oltre la maggiore età.
Un aspetto importante è che i due genitori possono fruire del congedo anche contemporaneamente: nulla vieta che madre e padre siano a casa nello stesso periodo, sempre nel rispetto dei limiti individuali e del tetto di coppia. Il diritto del padre, inoltre, è del tutto autonomo da quello della madre: può astenersi dal lavoro anche mentre la madre è in congedo di maternità obbligatorio e persino se la madre non lavora. In caso di parto gemellare o plurimo, così come di adozione o affidamento di più minori contemporaneamente, il congedo spetta per ogni bambino, con i limiti che si applicano distintamente a ciascuno.
Quanto viene pagato: le percentuali dell’indennità
È il punto che genera più confusione, perché la percentuale non è unica ma cambia in base al mese di congedo e all’età del bambino. Fino a qualche anno fa il congedo era pagato sempre e solo al 30%; oggi la copertura per i primi mesi è molto più generosa, ma sottoposta a condizioni precise. Per i lavoratori dipendenti il quadro attuale è questo.
| Mesi di congedo | Indennità INPS | Condizioni |
|---|---|---|
| Primo, secondo e terzo mese | 80% della retribuzione | Solo dipendenti, da fruire entro il 6° anno di vita del bambino; è un totale di coppia (non tre mesi a testa) |
| Dal quarto al nono mese | 30% della retribuzione | Entro i 14 anni di vita del bambino |
| Dal decimo all’undicesimo mese | Non indennizzato | Salvo reddito individuale inferiore a 2,5 volte il trattamento minimo di pensione, nel qual caso spetta il 30% |
I tre mesi all’80% costituiscono la novità più rilevante degli ultimi anni. Si sono formati progressivamente — un mese introdotto nel 2023, il secondo portato all’80% e il terzo elevato dal 30% all’80% con la manovra successiva — fino a diventare una misura strutturale. Attenzione però a un aspetto pratico spesso trascurato: l’accesso pieno ai tre mesi maggiorati dipende dalle date. La regola richiede che il periodo di congedo di maternità o, in alternativa, di paternità si sia concluso dopo il 31 dicembre 2024. Per le famiglie il cui congedo obbligatorio è terminato prima, valgono le finestre precedenti, che riconoscevano una o due mensilità maggiorate anziché tre. In tutti i casi, la maggiorazione riguarda solo i lavoratori dipendenti: sono esclusi gli autonomi e gli iscritti alla Gestione Separata. I mesi all’80% spettano comunque anche al genitore solo.
La retribuzione di riferimento su cui si calcola l’indennità è quella media giornaliera del mese che precede l’inizio del congedo, comprensiva delle voci fisse e della quota di tredicesima. Un dettaglio che vale la pena conoscere è che i mesi indennizzati generano contribuzione figurativa: il periodo di congedo, cioè, viene comunque conteggiato ai fini della pensione.
Le novità della Legge di Bilancio 2026
La manovra 2026 (L. 199/2025) ha introdotto due modifiche concrete a favore dei genitori lavoratori dipendenti. La prima è l’innalzamento del limite di età del figlio da 12 a 14 anni: significa che il congedo, e i relativi periodi indennizzabili al 30%, possono essere utilizzati per un arco temporale più lungo, comprese le situazioni di adozione e affidamento con decorrenza dall’ingresso in famiglia. La seconda riguarda un istituto collegato, il congedo per malattia del figlio, i cui giorni retribuiti sono stati raddoppiati da cinque a dieci giorni lavorativi all’anno nella fascia di età tra i 3 e i 14 anni. Restano confermati i tre mesi di indennità all’80% già in vigore.
Come funziona per autonomi e Gestione Separata
Il quadro descritto finora vale per i lavoratori dipendenti, che sono i principali destinatari delle tutele più generose. Per gli altri il regime è più contenuto. I lavoratori autonomi possono fruire del congedo entro il primo anno di vita del bambino, per un massimo di tre mesi, con indennità al 30% e senza la maggiorazione all’80%. Gli iscritti alla Gestione Separata seguono regole proprie, anch’esse con copertura al 30% e senza accesso ai mesi all’80%. Per queste categorie è quindi opportuno verificare la propria posizione specifica prima di programmare i periodi di astensione.
Un caso frequente è quello delle coppie “miste”, in cui un genitore è dipendente e l’altro è autonomo o iscritto alla Gestione Separata. In queste situazioni il tetto complessivo di indennizzo per la coppia resta nell’ordine dei nove mesi, ma il limite individuale del genitore autonomo o iscritto alla Gestione Separata è tipicamente di tre mesi, mentre il genitore dipendente può assorbire la quota restante. La combinazione esatta dei mesi dipende da chi dei due utilizza per primo il congedo e dalla rispettiva categoria, motivo per cui conviene simulare la ripartizione prima di presentare le domande.
Come fare domanda di congedo parentale all’INPS
Decidere di prendere il congedo e avvisare il datore di lavoro non basta: occorre presentare una domanda telematica ufficiale all’INPS. È il passaggio più delicato, perché un errore nell’inserimento dei periodi o un disallineamento con i dati comunicati dal datore di lavoro può bloccare la pratica e lasciare la busta paga scoperta proprio nei giorni in cui si è stati a casa. Per questo conviene procedere con ordine.
La domanda va presentata prima dell’inizio del periodo di congedo: se viene inoltrata dopo, l’indennità viene riconosciuta solo dai giorni successivi alla data di presentazione, non dall’effettivo inizio dell’astensione. Il datore di lavoro va avvisato con un preavviso di almeno cinque giorni per il congedo continuativo o a giornate, che si riduce a due giorni per la fruizione a ore. Il canale principale è il portale INPS, nell’area riservata a cui si accede con SPID o CIE, attraverso il servizio dedicato alle domande di maternità e paternità; in alternativa si può usare il contact center o rivolgersi a un patronato. All’interno della stessa procedura è possibile indicare se si intende fruire di uno dei mesi con indennità maggiorata all’80%.
Il congedo si può utilizzare in modo flessibile: per mesi interi, a giornate o anche a ore. La fruizione a ore per frazioni orarie è possibile quando il contratto collettivo, anche aziendale, ne disciplina i criteri; in assenza di una previsione contrattuale, il dipendente può comunque fruire del congedo a mezza giornata, pari alla metà dell’orario medio giornaliero. Nella domanda occorre specificare la modalità scelta e, per l’opzione oraria, i parametri richiesti dalla procedura.
Quanto al pagamento, per la maggior parte dei lavoratori dipendenti l’indennità è anticipata dal datore di lavoro, che poi la recupera in conguaglio con l’INPS; nel settore pubblico provvede direttamente l’amministrazione. È invece l’INPS a pagare direttamente gli operai agricoli a tempo determinato, i lavoratori dello spettacolo a termine, gli autonomi e gli iscritti alla Gestione Separata. Il termine fissato per la definizione della pratica è di 55 giorni.
Domande frequenti sul congedo parentale
Quanti mesi di congedo parentale spettano in tutto?
Il tetto complessivo di coppia è di dieci mesi, che diventano undici se il padre si astiene per almeno tre mesi. Individualmente, la madre dipendente può arrivare a sei mesi e il padre a sei (sette in caso di astensione di almeno tre mesi). Un genitore solo può fruire di undici mesi. I mesi coperti da indennità sono nove.
Quanto viene pagato il congedo parentale nel 2026?
Per i lavoratori dipendenti, tre mesi complessivi sono indennizzati all’80% della retribuzione se fruiti entro il sesto anno di vita del bambino e alle condizioni temporali previste. I mesi successivi, fino al nono, sono coperti al 30%. Oltre il nono mese non spetta indennità, salvo un reddito individuale inferiore a 2,5 volte il trattamento minimo di pensione.
Fino a quando si può chiedere il congedo parentale?
Dal 2026 il congedo si può utilizzare fino ai 14 anni di vita del figlio, o dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o affidamento. Prima della Legge di Bilancio 2026 il limite era fissato a 12 anni.
Il congedo parentale spetta anche al padre?
Sì, ed è un diritto autonomo. Il padre lavoratore dipendente può fruire fino a sei mesi, che salgono a sette se si astiene per almeno tre mesi continuativi o frazionati. Tre dei suoi mesi sono indennizzati e non cedibili alla madre.
Entro quanto tempo va presentata la domanda?
La domanda va inoltrata all’INPS prima dell’inizio del congedo. Il preavviso al datore di lavoro è di almeno cinque giorni per il congedo a giornate e di almeno due giorni per la fruizione a ore. Presentare la domanda in ritardo comporta il pagamento solo dei giorni successivi alla presentazione.
Si può prendere il congedo parentale a ore?
Sì. La fruizione a frazioni di ora è possibile quando la contrattazione collettiva ne disciplina i criteri; in mancanza, il dipendente può comunque fruirne a mezza giornata. L’opzione va indicata nella domanda telematica.
Il congedo parentale è valido ai fini della pensione?
Sì. I periodi indennizzati generano contribuzione figurativa, quindi vengono conteggiati per il calcolo della pensione futura.
Spetta ai lavoratori autonomi e alla Gestione Separata?
Spetta, ma con regole più limitate. Gli autonomi possono fruirne entro il primo anno di vita del bambino, per un massimo di tre mesi al 30%. Gli iscritti alla Gestione Separata hanno una disciplina propria, sempre al 30%. In entrambi i casi non si applica la maggiorazione all’80%, riservata ai dipendenti.
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